L’angolo dell’editor

Brevi articoli incentrati sull’editoria, sulla scrittura e sulla letteratura pubblicati con cadenza mensile. Il mondo del libro visto dall’interno.

L’importanza della riscrittura

Riscrittura

Molti scrittori alle prime armi pensano che, una volta terminata la prima stesura di un romanzo, il lavoro sia già finito. Niente di più sbagliato. La vera scrittura, infatti, è riscrittura, cioè un lavoro continuo di perfezionamento e di limatura, per svolgere il quale lo scrittore deve tornare sul romanzo di continuo. “La prima stesura di qualsiasi cosa è merda” sosteneva Ernest Hemingway, l’autore americano de Il vecchio e il mare. È questa la ragione per cui un autore dovrebbe riscrivere quello che ha creato, apportando un numero di revisioni variabile da persona a persona e da opera a opera. A grandi linee, potremmo dire che un buon numero di revisioni è 5 e un numero eccellente 10, ma i più temerari potrebbero arrivare perfino a 15.

Gli scrittori navigati dicono che la prima stesura si faccia col cuore e la seconda con la testa: nella prima fase ci troviamo nel momento geniale della creazione, dell’ispirazione e dell’entusiasmo; nella seconda, invece, dobbiamo analizzare ciò che abbiamo prodotto per capire cosa funziona e cosa no, cosa è superfluo e cosa mancante e il senso complessivo dell’opera. Il lavoro di riscrittura o di revisione è necessario perché durante la prima stesura non abbiamo il sufficiente distacco per guardare alla nostra opera con obiettività e spirito critico, ma, al contrario, è un momento in cui tutto ci sembra perfetto; nella fase di riscrittura, invece, siamo abbastanza lucidi da renderci conto degli errori.

La riscrittura non riguarda solo il rapporto dello scrittore con la sua opera, ma anche il rapporto dell’opera con le case editrici e gli editor/redattori editoriali. Presentare la prima versione di un romanzo a una casa editrice, infatti, è un autogoal, qualcosa che diminuisce le probabilità di essere pubblicati. Questo accade perché la prima stesura è materiale grezzo e, in quanto tale, non potrà avere la considerazione che merita fino a quando non sarà stato lavorato; a ciò si aggiunge anche il fatto che una prima stesura richiede maggiori tempi e costi di produzione editoriali.

Infine, riguardo al rapporto con i professionisti del settore, è sempre buona norma contattare un editor quando il romanzo è nella sua versione migliore, cioè quando abbiamo fatto tutti i cambiamenti necessari e non abbiamo più incertezze. Se commissioniamo l’editing di un romanzo di cui non siamo sicuri, rischiamo di voler fare nuove modifiche, vanificando il lavoro dell’editor. Una volta consegnata la versione migliore del romanzo, spetterà poi all’editor segnalarci le cose che non vanno, quelle che, in quanto non professionisti e in quanto parziali, non possiamo cogliere.

Quali sono le varie tipologie di incipit

Incipit

L’incipit di un romanzo è costituito dalle prime righe con cui uno scrittore o una scrittrice inizia la sua storia. È uno dei primi approcci del lettore al libro e ha lo scopo di incuriosirlo e di spingerlo a proseguire, facendo sì che attui la cosiddetta sospensione dell’incredulità, il patto implicito tra lettore e scrittore con il quale il primo accetta di credere a ciò che sa essere finzione nel lasso di tempo della lettura. In linea generale, affinché un incipit sia efficace è importante che esso descriva un momento della vicenda capace di conquistare l’attenzione del lettore o che getti le basi per la costruzione di un mondo narrativo plausibile e coerente al suo interno.

Nella letteratura italiana sono celebri gli incipit di Cesare Pavese (1908-1950), i cui racconti iniziano tutti con una preposizione, semplice o articolata, che tiene il lettore in sospeso fino alla fine della frase, quando gli viene rivelato il vero senso del discorso.

«Di tutta l’estate che trascorsi nella città semivuota non so proprio che dire» (L’estate).

Ogni scrittore ha il suo modo di agganciare il lettore, ma esistono alcuni incipit virtuosi sui quali vale la pena soffermarsi.

Incipit dinamico

È un incipit caratterizzato dal movimento, in cui vengono descritte situazioni e personaggi che sono in azione nei contorni di una scena delineata e che mette in movimento anche l’immaginazione del lettore.

«Stavo per superare Salvatore quando ho sentito mia sorella che urlava. Mi sono girato e l’ho vista sparire inghiottita dal grano che copriva la collina.» (Io non ho paura, Niccolò Ammaniti).

Incipit in medias res

È un incipit che catapulta subito nel vivo della storia, privo di sequenze narrative che chiariscono il contesto e che lascia al lettore il compito di ricostruirlo, con i suoi personaggi e i suoi accadimenti.

«Quel giorno era impossibile uscire a passeggio. Al mattino, in realtà, avevamo gironzolato per un’ora tra gli arbusti spogli, ma dopo pranzo (Mrs Reed, quando non c’erano ospiti, pranzava presto) il freddo vento invernale aveva portato con sé nubi così scure e una pioggia così insistente che altre escursioni all’aperto erano decisamente fuori questione.» (Jane Eyre, Charlotte Bronte).

Incipit visivo

È un incipit che stuzzica il senso della vista del lettore, abituandolo fin da subito a esercitare l’immaginazione per visualizzare il romanzo come se si svolgesse davanti ai suoi occhi.

«Alzai lo sguardo per via delle risate, e continuai a guardare per via delle ragazze. Notai prima di tutto i capelli, lunghi e spettinati. Poi i gioielli che brillavano al sole. Erano in tre, così lontane che vedevo solo la periferia dei loro lineamenti, ma non importava: capii subito che erano diverse da tutte le altre persone del parco.» (Le ragazze, Emma Cline).

Incipit ribelle

È un incipit che, rompendo le convenzioni letterarie, suscita una reazione forte nel lettore, di sorpresa o di ribrezzo. È utilizzato per affrontare tematiche controverse, spinose o delicate e, se orchestrato bene, non genera un rifiuto nel lettore, ma lo invoglia a continuare.

«La mattina che si uccise anche l’ultima figlia dei Lisbon (stavolta toccava a Mary: sonniferi, come Therese) i due infermieri del pronto soccorso entrarono in casa sapendo con esattezza dove si trovavano il cassetto dei coltelli, il forno a gas e la trave del seminterrato a cui si poteva annodare una corda.» (Le vergini suicide, Jeffrey Euginedes).

Incipit descrittivo

È un incipit classico, composto da pure sequenze narrative che chiariscono l’ambientazione e i vari tipi di personaggi che popolano la storia. Esso ha la funzione di informare, non di emozionare, motivo per il quale trascura l’interiorità e la psicologia dei personaggi, che saranno approfondite nel corso della narrazione.

«Nell’ospedale dell’orfanotrofio – reparto maschi a St. Cloud’s, nel Maine – due infermiere erano incaricate di dare un nome ai neonati e controllare che il loro piccolo pene guarisse bene, dopo la circoncisione obbligatoria. A quei tempi (nel 192…) tutti i maschi nati a St. Cloud’s venivano circoncisi perché il medico dell’orfanotrofio aveva incontrato difficoltà di vario genere nel curare i soldati incirconcisi durante la Grande Guerra.» (Le regole della casa del sidro, John Irving).

Questi sono solo alcuni dei tipi di incipit presenti in letteratura, accanto ad altri validi ma difficili da categorizzare. Non esistono regole fisse per creare un incipit perfetto, ma è importante che l’autore conosca il modo giusto per ingraziarsi il lettore.

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Quali sono le varie tipologie di editori

Ogni editore possiede un catalogo, cioè un insieme di titoli, collane e autori che ne definisce l’identità. È possibile distinguere due principali categorie di editoria: l’editoria di varia, che viene venduta nelle librerie, e l’editoria scolastica, che ha tempi e modalità di produzione e di commercializzazione differenti. La maggior parte degli editori di varia punta sulla narrativa, il genere più richiesto, poi sulla saggistica o su entrambi.

All’interno della saggistica, ci sono editori che hanno una particolare specializzazione: pubblicazioni storiche (Laterza), manualistica (Hoepli), testi giuridici o professionali (Giuffrè), divulgazioni scientifiche (Zanichelli), arte (Electa, Skira, Franco Maria Ricci), turismo e cartografia (Istituto Geografico DeAgostini e Touring Editore), musica intesa come spartiti (Ricordi e Curci) o libri che parlano del tema, cinema (Gremese e Il Castoro delle origini) e poesia (Crocetti). Scendendo ancor più nello specifico, ci sono anche editori che si dedicano al mondo e alle professioni delle biblioteche e del libro, come l’Editrice Bibliografica. Tra gli editori di graphic novel menzioniamo Coconino Press, Beccogiallo e Bao e, tra quelli di fumetti, Panini Comics e Bonelli. Molto viva è anche l’editoria religiosa, con nomi dalla lunga tradizione quali ElleDiCi, Dehoniane, San Paolo, Paoline, ma anche Città Nuova, Queriniana, Morcelliana e Vita e Pensiero; quest’ultima è la prima university press italiana, legata all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Nell’editoria scolastica i nomi più importanti in Italia sono Zanichelli, che racchiude diverse sigle quali Loescher e Atlas, e Pearson, leader mondiale nel settore che in Italia comprende le sigle Paravia, Bruno Mondadori, Linx, Lang, Archimede, Longman e Paramond.

Una categoria a sé stante è quella delle grandi opere, progetti di grande portata che coinvolgono varie professionalità e richiedono un lungo e articolato lavoro. Distribuite fino a poco tempo fa attraverso la vendita rateale e in più volumi, al loro interno una delle capostipiti è l’Enciclopedia Italiana di scienze, lettere ed arti, nota come La Treccani. Tra le grandi opere ci sono anche le opere di consultazione (reference books), di dimensioni minori delle enciclopedie e in uno o più volumi, come i vocabolari. Fanno parte delle grandi opere anche i volumi strenna, libri pregevoli che le grandi aziende acquistano dagli editori e danno in omaggio ai clienti più facoltosi in occasione delle festività natalizie; una volta questo settore si definiva editoria bancaria.

Un ulteriore categoria di editori è costituita dagli editori occasionali, specializzati nell’allestire i cosiddetti instant book, libri che mirano ad essere venduti sfruttando il clamore mediatico di un avvenimento recente, come la morte di un personaggio noto o la vittoria di un determinato partito politico. Nelle edicole circolano altri due generi editoriali pensati appositamente per questo canale: i collaterali, libri allegati a quotidiani o a periodici, e i collezionabili, grandi opere costituite da fascicoli venduti settimanalmente. Un’ultima categoria è rappresentata dal club del libro, come il Club degli editori nato nel 1960 su iniziativa di Mondadori, che proponeva un libro ogni mese e che sfruttava la formula del silenzio-assenso per inviare automaticamente il volume proposto.

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Qual è il corretto uso dei due punti, dei puntini sospensivi e del punto esclamativo

due punti

Accanto ai più comuni segni d’interpunzione della virgola e del punto ci sono i due punti, i puntini sospensivi e il punto esclamativo, che hanno un utilizzo specifico in grammatica e in letteratura.

La funzione classica/scolastica dei due punti è di introdurre elenchi di persone, cose o eventi, dando al lettore una conoscenza più approfondita rispetto a ciò che li precede. I due punti seguono una proposizione indipendente e non dovrebbero mai separare un verbo dal suo complemento o una proposizione dal suo oggetto.

Esempio:

Per preparare la pizza margherita c’è bisogno di otto cose: farina, acqua, lievito, olio, sale, sugo, mozzarella e basilico. (Uso corretto dei due punti)

Per preparare la pizza margherita c’è bisogno di: farina, acqua, lievito, olio, sale, sugo, mozzarella e basilico. (Uso scorretto dei due punti perché la preposizione “di” è separata dal suo oggetto)

Mettendo da parte gli elenchi, i due punti possono essere utilizzati anche per introdurre una frase che perfeziona l’opera della prima.

Esempio:

Quella sera Giorgio non voleva essere disturbato: era troppo stanco e arrabbiato per poter interagire con qualcuno.

In una frase di questo tipo, i due punti annunciano che qualcosa sta per arrivare, creando un senso d’attesa e favorendo la crescita dell’attenzione. In base alla regola grammaticale, i due punti andrebbero utilizzati una sola volta nella frase, ma alcuni scrittori ne inseriscono di più perché è il loro tratto stilistico.

I puntini sospensivi sono sempre tre, né di meno né di più, e vanno sempre attaccati alla parola che li precede. Si usano soprattutto nelle battute di dialogo per segnalare un’allusione, una reticenza del personaggio o una sospensione del discorso dovuta a un ripensamento. Sul piano dell’intonazione, i puntini sospensivi rappresentano un suono che sfuma e non uno che si interrompe in modo brusco. Quando compaiono fuori dai dialoghi, servono a ritardare la conclusione di una frase e a stupire il lettore, che nel frattempo potrebbe avere fatto una previsione che poi si rivela sbagliata. Anche per i puntini sospensivi vale la regola aurea della moderazione, onde evitare di creare un romanzo pieno di pause.

Esempio tratto dall’incipit di “Pinocchio”:

C’era una volta… Un Re!, diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.

Infine, il punto esclamativo è un’espressione di stupore e di entusiasmo, è un segno di interpunzione enfatizzante che, in quanto tale, andrebbe usato con parsimonia. Usandolo spesso, infatti, il punto esclamativo perde la sua capacità di evidenziare un concetto in mezzo agli altri, poiché tutto viene messo sullo stesso piano. Anche il punto esclamativo può essere un marchio di stile per quegli scrittori che lo inseriscono molte volte contravvenendo alle prescrizioni linguistiche.

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Come si utilizzano i tre tipi di trattino

trattino

Nella lingua italiana esistono tre tipi di trattino: il trattino breve (-), quello medio (–) e quello lungo o lunghissimo (—). Ognuno di questi tre segni di interpunzione, che non sono intercambiabili tra di loro, ha una funzione specifica.

Il trattino breve (-) si utilizza nei termini composti, quali “socio-economico”, “tecnico-amministrativo” e “pre-produzione”.

Il trattino medio ha la funzione di segnalare un inciso, cioè una frase indipendente o un sintagma inserito all’interno di un’altra frase, là dove le virgole non sono sufficienti. Il trattino è quasi sempre doppio, ma ci sono casi in cui può stare anche da solo, cioè casi in cui può aprirsi e non chiudersi perché si chiude sul punto. La parentesi, invece, richiede sempre la sua gemella.

Esempio di trattino singolo:

Marco decise che non si sarebbe più confidato con nessuno – con nessuno tranne che con lei.

Sebbene i trattini e le parentesi siano sostituibili da un punto di vista normativo, in letteratura l’utilizzo degli uni o degli altri è una scelta meramente stilistica. Parentesi e trattini possono convivere nello stesso testo: si utilizzano le prime per segnalare divagazioni più lunghe o per concentrarsi su argomenti un po’ diversi da ciò che le precede o le segue – già solo da un punto di vista grafico le parentesi creano una netta separazione – e i secondi per le piccole deviazioni, che non si allontanano molto dall’oggetto della frase. Il trattino medio può essere utilizzato anche per introdurre una battuta di dialogo, quindi al posto delle virgolette alte (“”) o dei caporali («»); può indicare una frattura sintattica, cioè il punto in cui una frase svolta di colpo; può segnalare un anacoluto, cioè un improvviso cambiamento di progetto della frase; o può indicare un cambiamento di tono verso il basso, cioè per dire cose meno importanti.

Il trattino è un elemento di complicazione della frase e, in quanto tale, andrebbe evitato nella prosa che mira a essere diretta e a conquistare un lettore pigro o impaziente.

Esempio di anacoluto:

Io quel tipo – non mi piace, lo sai.

Il trattino lungo, infine, indica un’interruzione brusca, quindi è molto utile nelle battute di dialogo in cui un personaggio viene interrotto. Questo è un segno di interpunzione tipicamente americano e perlopiù sconosciuto alla lingua italiana, che, erroneamente, ricorre ai tre puntini di sospensione per segnalare le interruzioni.

Esempio di utilizzo del trattino lungo:

“Come stai?”

“Perché mi fai sempre la stessa domanda? Lo sai benissimo come sto e non sopporto che—”

“E quando te lo avrei chiesto, scusa?”

In conclusione, il trattino è un simbolo efficace e versatile, ma non lo si dovrebbe utilizzare in modo eccessivo e andrebbe limitato ai contesti in cui gli altri segni di interpunzione sono inadeguati.

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Che cos’è il codice Isbn

isbn

Per essere messo in commercio ogni libro ha bisogno di un codice Isbn, acronimo inglese che sta per International Standard Book Number. La funzione del codice è di identificare in modo univoco e duraturo un titolo o un’edizione di un determinato editore (deve cambiare per ogni nuova edizione, diversa dalla ristampa). Il codice viene utilizzato anche per tutti quei prodotti destinati a essere utilizzati come libri, anche se non propriamente tali, e ha dei similari nel mondo dei periodici e della musica, dove si utilizzano l’Issn e l’Ismn (la “b” di “book” è sostituita dalla “s” di “serial” e dalla “m” di “music”).

Dal 2007 l’Isbn è composto da 13 cifre, suddivise in cinque gruppi separati da trattini, ognuno dei quali ha un significato specifico:

  • Il codice che indica il prodotto libro (3 cifre: 978);
  • Il gruppo linguistico (88 per l’Italia);
  • Il prefisso editore (può avere da 2 a 6 cifre in base ai titoli che si possono generare)
  • Il numero del titolo (può avere da 2 a 6 cifre, a seconda del codice editore)
  • Cifra finale di controllo (1 numero)

Se un’opera è pubblicata in coedizione da due o più editori, deve essere assegnato l’Isbn dell’editore che la distribuisce; ciascun editore può assegnare il proprio Isbn, scrivendone due sul retro del frontespizio del libro, ma sulla quarta di copertina deve apparire solo l’Isbn dell’editore che distribuisce l’opera. A ciascuna edizione elettronica (e-book) e a ciascun formato di e-book (.pdf, .html, .pdb) pubblicato e reso disponibile separatamente deve essere attribuito un Isbn diverso. Un’opera in più volumi richiede un Isbn complessivo.

Dal 2015 è attivo un nuovo prefisso nazionale italiano, 979-12, solo per il self publishing, cioè per gli autori che si pubblicano autonomamente. Questo prefisso è utilizzato anche dagli editori tradizionali quando le numerazioni basate su 978-88 si esauriscono.

In conclusione, la lettura dell’Isbn serve a conoscere elementi del libro e dell’editore.

Come è organizzata una casa editrice

casa editrice

La casa editrice è la fabbrica dei libri, il luogo in cui essi vengono pensati e creati a partire da un semplice manoscritto che, grazie al lavoro di diversi compartimenti e di diversi professionisti, si trasforma in un libro vero e proprio. In una casa editrice di grandi dimensioni esistono quattro aree che lavorano in sinergia tra di loro: redazionale, tecnico-logistica, commerciale e amministrativa.

La redazione ha come responsabile il direttore editoriale (editor in chief), al quale è affidata la linea della casa editrice, dunque la selezione dei libri e la cura per la pubblicazione. Da lui dipende la redazione composta dai redattori – editor, correttori di bozze, grafici impaginatori, grafici creativi – che nelle grandi realtà sono coordinati da un capo redattore incaricato di garantire determinati tempi, livelli qualitativi e scelte di editing. Una casa editrice può avere vari direttori editoriali per ogni sezione strategica – narrativa italiana, narrativa straniera, saggistica, ragazzi ecc. – o prevedere direttori di collana. La redazione, che può essere supportata da un segretario, è l’area che prende in carico un manoscritto e lo allestisce fino alla stampa.

L’area tecnico-logistica si occupa dei preventivi per la stampa, dunque a essa sono richieste soluzioni economiche che riducano i costi di stampa, carta e rilegatura. Quest’area gestisce anche la logistica per il magazzino di stoccaggio, le spedizioni (secondo accordi con la struttura esterna della distribuzione) e le eventuali ristampe successive.

L’area commerciale si divide in ufficio stampa e ufficio marketing, il primo rivolto ai mezzi di comunicazione, il secondo al lettore finale. L’ufficio stampa inizia a lavorare prima dell’uscita del libro, attraverso comunicati stampa e azioni sui social network, organizzando presentazioni del libro o veri e propri tour dell’autore e partecipando a fiere e festival letterari. Prima dell’uscita del libro, l’ufficio marketing redige le schede di promozione per raccogliere prenotazioni dalle librerie, pubblica inserzioni pubblicitarie su carta o in digitale, progetta strategie online sulle maggiori piattaforme quali Google ed Amazon.  

L’area amministrativa, infine, si divide in ufficio di contabilità, ufficio contratti e diritti, ufficio addetto alla gestione del personale e ufficio legale. L’ufficio contabilità si occupa dei budget preventivi per i libri in programma e controlla la tenuta del loro conto economico, dunque è fondamentale per la sostenibilità della casa editrice. L’ufficio contratti e diritti gestisce i contratti con autori e collaboratori, si occupa della vendita e dell’acquisto dei diritti all’estero tramite traduzioni o per la concessione di utilizzi delle opere in catalogo in antologie, edizioni per l’edicola, edizioni club del libro, trasposizioni teatrali, audio o filmiche. Sia l’area amministrativa che quella commerciale controllano l’andamento delle vendite.

Come superare un blocco creativo

Nella vita di ogni scrittore può arrivare un momento in cui la scrittura diventa faticosa e incapace di fluire liberamente. Per quanti sforzi si facciano, anche legandosi alla sedia della scrivania, in questa fase il contatto con la pagina bianca dà scarsi risultati. Forzarsi a scrivere non è la soluzione, perché tutto ciò che viene creato con la forza è povero, artefatto, inutile. Al contrario si possono mettere in atto delle strategie, diverse dalla scrittura in sé, che possono aiutare lo scrittore a superare il blocco creativo.

Poiché la letteratura trae ispirazione dalla realtà, la prima cosa da fare è immergersi di più nella vita, facendo nuove esperienze, uscendo all’aria aperta e incontrando persone. Quando ci si ritrova in nuovi contesti o si fanno nuove amicizie, infatti, ci si può imbattere in situazioni insolite e/o ascoltare storie di vita che possono risvegliare la creatività; allo stesso modo anche il contatto con la natura, ricca di forme, colori e odori, può stimolare la fantasia dell’autore. L’immersione nella vita, inoltre, permette il distacco emotivo necessario nei periodi di blocco creativo, è una distrazione che consente di vedere il problema nella giusta prospettiva e non come qualcosa di irrisolvibile.

L’arte richiama l’arte, è questo il motivo per cui, in una fase di blocco artistico, indirizzarsi verso le creazioni degli altri può essere molto utile. È dunque il momento di fare incetta di libri, film e serie televisive, indipendentemente dal fatto che li si conosce già. Rileggere o rivedere qualcosa, infatti, ripropone le fonti originarie di ispirazione, quelle che sono servite nei primi esperimenti letterari, ed è un’attività che dà un senso di sicurezza, importante nei momenti di crisi.

Ultimo, ma non meno significativo, è il darsi obiettivi piccoli e facili da raggiungere. In fase di crisi è impensabile mantenere i ritmi passati o aumentarli per recuperare il tempo perduto, mentre è sensato fare la metà o la terza parte del solito, nella speranza che sia il modo giusto per riprendere l’abitudine e la passione.

Quali sono i vari tipi di scritture editoriali

Il lavoro di una casa editrice non consiste soltanto nella creazione e nella diffusione di un libro, ma anche nella realizzazione di una serie di scritture editoriali che ruotano attorno a esso e che hanno la funzione di promuoverlo, di renderlo visibile e accattivante. I principali tipi di scrittura editoriale sono:  scheda di lettura, prefazione, sommario, apparati, quarta, scheda di promozione e comunicato stampa.

La scheda di lettura è compilata dai lettori professionisti che lavorano per la casa editrice – fidati e autonomi nel giudizio – ed è utilizzata per fornire la valutazione di un manoscritto. Può essere libera o strutturata in sezioni fisse (genere, sinossi, collana di destinazione, giudizio).

La prefazione o nota introduttiva è un testo di presentazione che precede l’opera, scritto da una persona diversa dall’autore, molto spesso una firma prestigiosa che può fare da traino commerciale. Può anche essere redatta dalla casa editrice e non può essere più lunga di 3-5 pagine, altrimenti diventa un saggio introduttivo.

Il sommario o l’indice generale è collocato all’inizio nelle opere di saggistica, una posizione strategica che rappresenta una soglia di accesso, e alla fine nelle opere di narrativa e poesia.

Gli apparati di un testo possono essere scolastici – box, didascalie alle immagini, esercizi, approfondimenti e attività integrative su carta e su web – o semplici note, commenti e appendici documentarie all’interno di un libro di varia. Nella varia di cultura le note possono essere bibliografiche o esplicative; le note autoriali sono quelle non allestite dalla redazione.

La quarta è un testo sintetico di presentazione o di promozione collocato sul retro o sul risvolto/aletta del libro. Essa ha la funzione di informare o di incuriosire alla lettura, riportando un sunto dell’opera, un estratto positivo di una recensione, un strillo o una biografia dell’autore. Nella quarta si trovano anche il prezzo e il codice Isbn del libro.

La scheda di promozione, indirizzata ai librai, contiene i dati bibliografici principali (titolo, autore, eventuale curatela, pagine, prezzo, Isbn, collana, data di uscita), la descrizione dell’opera (quarta di copertina), la biografia dell’autore e l’immagine di copertina (anche provvisoria).

Rispetto alle altre scritture editoriali, il comunicato stampa ha un taglio più informativo, cioè fornisce le informazioni chiave riguardanti l’uscita di un libro o una presentazione pubblica. Essendo indirizzato a giornalisti che devono rilanciare la notizia, ai quali arrivano miriadi di comunicati, è importante che il comunicato stampa abbia uno stile chiaro ed essenziale, che rinunci ad artefici letterari e che rispetti la regola giornalistica delle 5W (Who? What? When? Where? Why?).

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Consigli pratici per scrivere un libro

consigli per scrivere un libro

C’è qualcosa che si agita nella vostra mente, un’idea che aspetta di essere messa nero su bianco, ma non sapete ancora da dove cominciare. La stesura di un romanzo richiede tempo, impegno, sacrificio e costanza; tuttavia esistono delle norme che, se rispettate, semplificano il processo.

Prima di sedervi alla scrivania è importante che abbiate le idee chiare su quello che volete fare, che abbiate partorito una storia dall’inizio alla fine; non iniziate mai a scrivere qualcosa per la quale non avete una degna conclusione, seppur vaga. Dovete immaginare il vostro romanzo come un palazzo di cui erigere prima di tutto la struttura; col tempo aggiungerete il resto, ma senza una solida struttura il libro potrebbe cadere a pezzi.  

Una volta che avete cominciato a scrivere, concentratevi solo su questo, senza tornare indietro per migliorare le parti già scritte. Siete nella fase della prima stesura e la vostre energie devono essere utilizzate solo a tale scopo, non sprecate in un altro modo. Terminata la prima stesura, potrete rileggere il romanzo daccapo e apportare le modifiche che desiderate, facendo almeno tre revisioni fino a un massimo a piacere (se necessario, anche dieci).

Scegliete un posto adatto per scrivere, pulito, spazioso, ordinato, confortevole e lontano da fonti di disturbo: come riuscireste a fare ordine nella vostra mente se non c’è ordine attorno a voi? Molto spesso le fonti di disturbo sono umane, quindi è consigliabile scrivere con la porta chiusa o nella stanza più isolata della casa. Una musica di sottofondo potrebbe supportare la creatività, ma prediligete un repertorio rilassante e non troppo vivace (musica classica, musica per pianoforte, musica di atmosfera).

I supporti fisici per la scrittura variano da persona a persona: c’è chi preferisce scrivere a mano e chi sulla tastiera del computer. Se l’utilizzo eccessivo della tecnologia vi affatica, compromettendo il lavoro di scrittura stesso, è meglio utilizzare un taccuino o un quaderno scolastico e poi, quando il materiale è diventato significativo, trascriverlo al computer. Utilizzate un supporto fisico gradevole al tatto e allo sguardo, perché questa caratteristica potrebbe invogliarvi a scrivere.